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Oggi, sul blog, ospito Michela Mazzotti cara amica con la passione per lo storytelling che lei applica al settore del turismo come elemento differenziante all’interno di una strategia di comunicazione. Quando ci confrontiamo è, ogni volta, una sorpresa. Semplicità e professionalità affiancate a quel senso di umilità che, nel nostro settore, non è scontato trovare ma che, invece, servirebbe a renderci tutti più consapevoli. Da non dimenticare, poi, un pizzico di sana ironia che non guasta mai. Ecco allora la nostra chiaccherata che, spero, possa offrirvi interessanti spunti di riflessione.

Michela sei una consulente web marketing per il turismo. Di cosa si tratta esattamente?

Essere una consulente web marketing in questo settore significa ascoltare le strutture turistiche e gli enti per capire le loro esigenze elaborando, poi, una strategia mirata, online e offline, aiutandole a raggiungere i loro obiettivi. In particolare mi occupo di consulenza, formazione, comunicazione e scrittura di contenuti.

Quali gli ingredienti principali per svolgere al meglio questa professione che, diciamolo, non è così semplice da sviluppare?

Un mix tra competenze da ampliare continuamente e passione per il proprio lavoro.

Il turismo rappresenta il tuo ambito di specializzazione. Come si presenta, oggi, la situazione e quali gli strumenti che potrebbero migliorare questo settore?

La situazione legata al turismo ha delle potenzialità di crescita enormi basti pensare chel’Italia ha un patrimonio unico al mondo che abbiamo il dovere di valorizzare.  In effetti il turismo e il suo indotto avrebbero, nel nostro territorio, la possibilità di fare, finalmente, crescere il nostro paese. Quali strumenti? Servono più formazione e consapevolezza e poi è necessario la giusta unione di strumenti per ciascuna realtà.

Nel turismo di cosa si potrebbe fare a meno e su cosa, invece, si dovrebbe assolutamente puntare?

Si potrebbe fare a meno del nostro immancabile campanilismo mentre si dovrebbe puntare molto di più sul fare rete, sulla crescita del branding territoriale e delle rispettive strutture.

Ti occupi di strategia e comunicazione applicando, in particolare, la tecnica dello storytelling. Spieghiamo perché questo tipo di produzione dei contenuti si può rivelare vincente per potersi presentare e raccontare all’utente in modo diverso?

Per quale motivo scegliamo di leggere qualcosa? Perché le informazioni racchiuse in quel contenuto ci interessano e attirano la nostra attenzione attraverso le emozioni. Questo è lo storytelling. Emozionare e far vivere esperienze attraverso le parole. È la parte del mio lavoro, assieme alla formazione, che mi piace di più ed è vincente perché, in un mondo sempre più veloce, ci fermiamo a leggere un testo solo se ci trasmette empaticamente qualcosa.

Quanto è importante, in un progetto di comunicazione, affidarsi a un professionista serio e competente in grado di analizzare la situazione sotto più punti di vista e, soprattutto, in grado di ottenere risultati concreti e duraturi nel tempo?

Fondamentale, almeno per la parte formativa. Affidarsi al famoso “cugino” può essere altamente controproducente. E poi, diciamolo chiaramente, se avete male a un dente andate dal dentista o dal cugino che ci prova facendo le cose a caso?

On line e off line. Mondi separati oppure integrabili e interagibili. Quale il tuo punto di vista?

L’online è lo specchio dell’offline e la sincerità è fondamentale nel mondo sempre più basato sulla web reputation.

Formazione. Si sente il bisogno di formare e offrire competenze selezionate e di qualità. Qual è il tuo messaggio come formatrice e organizzatrice di corsi rivolti al settore turistico?

Chiamatemi! A parte gli scherzi cercate la persona che fa al caso vostro, che sappia ascoltarvi e che sia in grado di creare un piano formativo su misura per voi.

E adesso i prossimi appuntamenti dove sarà possibile seguirti e i tuoi progetti futuri?

Ho diversi appuntamenti ch, però, non posso ancora rivelare. Sicuramente sarò presente ad alcuni eventi nei prossimi mesi ma posso solo dirvi di restare collegatial mio sito dove troverete aggiornate le date. Progetti futuri? Continuare a coltivare i miei sogni facendo il mestiere più bello del mondo!

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Oggi, sul blog, un’intervista alla quale tengo molto e per la quale ringrazio il prof. Francesco Pira sociologo, docente di comunicazione e giornalismo presso l’Universtità degli studi di Messina e docente di comunicazione pubblica e d’impresa presso Iusve Università salesiana di Venezia e Verona.

Un’occasione di confronto interessante su temi attuali come la comunicazione, la società moderna e le relazioni. La propongo per darvi alcuni spunti di riflessione che, poi, ognuno potrà sviluppare in riferimento alle proprie attitudini personali e professionali.

Professor Pira iniziamo dalla comunicazione o meglio dal modo in cui oggi le persone comunicano. Non sono più solo comunicazione verbale e scritta ma, in realtà, sono queste nelle loro evoluzioni. Come sono cambiati i contesti sociali, personali e professionali nei quali, ora, ci ritroviamo a comunicare dal suo punto di vista?

Siamo in una nuova era della comunicazione e dobbiamo prenderne atto. Ormai tutto è orizzontale. Lo spazio e i tempi della comunicazione sono cambiati. Così come i linguaggi. Molto difficile rispondere a una domanda così complessa in poche battute ma occorre dire che il web e i social hanno cambiato tutto. Possiamo costruire relazioni fino a qualche tempo fa impensabili, essere in più posti contemporaneamente, creare reti fittissime oppure possiamo insultare, diffamare, esagerare. Rappresentare il nostro sé in un continuo vetrinismo identitario. Pubblicare quello che agli altri piace di noi ma non siamo.

In questo scenario si collocano anche contenuti e informazioni. Siamo letteralmente bombardati da un flusso informativo continuo che non possiamo seguire con attenzione. Quali i punti essenziali su cui ci si dovrebbe, secondo lei, focalizzare nella produzione dei contenuti?

Tutto è in divenire. C’è un numero così alto di notizie quotidiane che è difficile parlare di contenuti. Ognuno di noi si crea dei canali preferenziali, in entrata e in uscita, e utilizza quelli per condividere e partecipare. Queste sono le due parole d’ordine. Chi produce contenuti deve fare i conti con motori di ricerca e social. Un ottimo contenuto può rimanere anonimo così come una bufala registrare un consenso incredibile. Chi scrive contenuti, oggi,  affronta una nuova sfida che necessita di una grande preparazione e di una capacità indiscussa di vivere il web.

 Il primo amore non si scorda mai.  Per me è il giornalismo e le redazioni nelle quali ho iniziato a comprendere cosa volevo fare da grande. Oggi quel mondo si è sviluppato e il modo di fare notizia è diverso. Cosa, a suo avviso, è cambiato in meglio oppure in peggio?

Non c’è un meglio o un peggio. Ci sono, piuttosto, tanti giornalismi e tanti giornali on line. Ci sono la carta stampata in crisi e la tv che si deve reinventare dopo l’arrivo del digitale e il consolidamento del satellite ma, anche, la sfida del web. C’è la radio che rimane un approdo sicuro che ha saputo vivere il cambiamento utilizzando la rete come diffusore. Tutto è cambiato. La mia sensazione è che andremo sempre più verso un giornalismo in cui conteranno i like che riceveremo sui social più che quello che è scritto bene o male. E ancora un buon giornalismo a pagamento e un altro gratis. Tutto nella velocità e negli spazi dettati dal web e dai social.

Le notizie si possono ritrovare ovunque. Non è più, appunto, solo la carta stampata ad averne il primato. C’è un tema che vorrei approfondire insieme a lei ed è quello delle fonti. Quanto, ancora, oggi sono importanti le fonti e come possono essere utilizzate in modo ottimale?

Su questo potremmo discutere giorni. Oggi le fonti primarie sono diventate i social network. Tutti si esprimo su Facebook, Twitter, Youtube. Instagram sta dettando nuove regole nel giornalismo: l’immagine che si impone sulla notizia diventa, a sua volta, notizia stessa con la parola che fa da contorno ed è didascalia. Ci sono l’invasione dei video e il giornalismo partecipativo che spinge dal basso. È cambiato davvero tutto e di conseguenza anche la stessa professione del giornalista.

Perché, secondo lei, le persone si fidano di Google, Wikipedia e altri strumenti di ricerca senza mai prendere in considerazione l’eventualità di un errore? Quale il messaggio che si vuole lanciare?

La risposta più immediata a cui penso è per pigrizia. Sono porti in cui si entra e si esce facilmente. Tutto si trova velocemente e senza sforzi. Selezionare i contenuti è più difficile. C’è chi si è attrezzato per distinguere il vero dal falso e chi si accontenta di quello che trova.

Cosa ne pensa della mancanza di spirito critico che, in molti casi, ci rende ciechi alla lettura di una notizia. Le chiedo questo in riferimento al fenomeno delle così definite “bufale” che poi, di contro, in molti casi hanno una sviluppo virale.

Molte di queste notizie condivise e commentate, spesso, non vengono nemmeno lette. Basta spararla grossa e si viaggia a una velocità incredibile sulla rete. Come giustamente ha detto il sociologo Derrick de Kerckhove non basta il puntino rosso sulle bufale che ha voluto negli USA il patron di Facebook. Ci vuole altro e devono ancora studiarlo.

 Si è più volte parlato di abbassamento della qualità della comunicazione. Nella maggior parte dei casi si imputa questo giudizio all’arrivo dei social network. Io penso che non sia lo strumento il problema ma, realmente, chi ne fa uso e in che modo. Quale la sua opinione in merito?

Condivido totalmente. I mezzi rimangono mezzi. Siamo posseduti dai social mentre dovremmo avere l’abilità di usarli e possederli. La comunicazione è diventata tantissima. In generale è cambiata in meglio. Ci sono più professionisti. Ma l’aumento della quantità non agevola l’aumento della qualità. Non è direttamente proporzionale. I social sono la novità. Hanno dato parola a moltissimi. C’è un’evoluzione in atto che trasformerà ancora la comunicazione nell’arco di pochi anni.

Un riferimento alle nuove generazioni che sono, a tutti gli effetti, generazioni digitali ma che, verifico, hanno bisogno di una forte educazione in materia. Dal punto di vista sociologico come vede la situazione dal suo osservatorio privilegiato essendo docente universitario a contatto con gli studenti?

Io parlo tantissimo con i miei studenti ma loro sono già in un’età in cui il pericolo è scampato. Diverso è per i pre-adolescenti e gli adolescenti i quali tendono a non stare sui social per vivere le opportunità ma per rischiare le insidie quotidianamente. Purtroppo i genitori ne sanno meno di loro e quindi c’è una perdita di autorevolezza. Il paradosso è che i born mobile, che hanno sostituito i digitali nativi, ne sanno più di chi li ha messi al mondo e dovrebbe educarli. C’è una sola strada: scuole sulla nuova genitorialità.

Come sarà il futuro delle relazioni a suo avviso? Riusciremo ancora a parlare con l’altro oppure l’aspetto umano ed emotivo verrà sempre più sostituito dalla tecnologia e dalla sua distanza?

Parliamo per raggiungere la pancia delle persone e non il cuore o l’anima. Più emotivismo e meno emozioni. Questo è il dramma. Tutto liquido. Ma io sono ottimista. Stiamo ancora prendendo le misure. Forse presto capiremo che gli strumenti tecnologici sono mezzi e come tali dobbiamo usarli. Gli esseri umani sono sempre più connessi ma hanno poche relazioni. Bisogna invertire la tendenza. Possono avere relazioni anche attraverso i social e meno di persona. Ma relazioni non connessioni.

Vi invito a seguire il prof. Francesco Pira nelle varie occasioni di studio e attraverso le sue pubblicazioni che sono sempre stimolanti e portano a riflettere sull’attualità di un mondo, quello della comunicazione, che fa parte dell’essere umano e della sua evoluzione.

E voi che ne pensate?

Quale sarà il panorama futuro?

Ci sarà ancora spazio per essere persone al centro oppure no?

 

 

 

 

 

 

 

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“Finché le gazzelle non sapranno raccontare le loro storie, i leoni saranno sempre i protagonisti delle storie di caccia.”

Proverbio africano

Mi sono spesso interrogata su quale sia, in estrema sintesi, ciò che rende lo storytelling una tecnica tanto potente ed efficace, sia per trasmetterlo a chi frequenta i miei corsi, sia per tenerlo presente, come un faro luminoso, nei momenti più difficili della progettazione strategica. Sono giunta alla conclusione che sia ciò che chiamiamo “immedesimazione” che vuol dire, poi, che quello che ci raccontano, in qualche modo, ci deve riguardare e quindi, anche in mezzo al rumore di fondo, ci fermiamo ad ascoltarlo.

Mica poco in questi tempi di sovraffollamento informativo e carenza di tempo!

Quando qualche tempo fa mi è stato chiesto di fare un intervento per un consorzio vinicolo della provincia veronese su storytelling e turismo, mi è sembrato giusto partire proprio da questo concetto e domandarmi, prima di tutto, se ciò che ci viene comunicato – e solo qualche volta raccontato – di un territorio, può creare immedesimazione. Se penso al territorio in cui vivo, cioè a Verona e provincia, la risposta purtroppo è quasi sempre negativa. Il racconto che si fa delle bellezze artistiche e naturalistiche della città e delle valli circostanti è per lo più autoreferenziato perché chi lo scrive esprime ciò che lui pensa sia attrattivo e non ciò che realmente lo è, sia nei contenuti che nelle modalità. Forse bisognerebbe fare lo sforzo di mettersi ad ascoltare ciò che l’utente – il turista in questo caso – veramente pensa e dice.

Solo se so cosa interessa al mio pubblico posso creare una narrazione in cui egli si può immedesimare, perché effettivamente lo riguarda. E non è detto che la narrazione che gli interessa sia quella sull’opera lirica o su Romeo e Giulietta. Ascoltare, a volte, dà risultati sorprendenti!

Ma quali sono le narrazioni che appartengono davvero al territorio, che costituiscono il suo “capitale narrativo”  che possiamo poi sincronizzare sui momenti di vita dei visitatori? Ho individuate quattro tipologie.

Le storie delle persone

Come racconterebbero il territorio le persone che ci abitano e lo vivono tutti i giorni? È questo il presupposto da cui è partita Canada Tourism Commission per il progetto Canada shared by Canadians chiedendo ai Canadesi di condividere “il loro Canada” ricevendo ben 65 ore di riprese condensate in un video (https://youtu.be/cotGh4Lu29M). Un turbine di paesaggi mozzafiato, wildlife e sport estremi ma, anche, di piccoli momenti quotidiani come quello di mangiare una maxiaragosta o di farsi leccare il finestrino della macchina da un alce. Come resistere?

Le storie piccole

Ogni luogo ha una storia da raccontare che, magari, non è la storia “grande” dei libri e dei monumenti ma quella piccola dei singoli luoghi nei quali il visitatore può ritrovare uno specchio della propria quotidianità. Una storia che si offre a chi ha voglia di ascoltare con attenzione, al di là dei percorsi consolidati e che, soprattutto in un paese come l’Italia, offre infiniti spunti narrativi se solo si ha voglia di uscire dai “luoghi comuni”. Ne è un esempio il bel progetto nostrano della Strada del Riso Vercellese di Qualità (http://www.stradadelrisovercellese.it) che ha dato vita a un vero e proprio ecosistema narrativo online in cui alla parte web e video si accosta, in maniera innovativa e transmediale, anche quella audio con un canale dedicato ai suoni della strada del riso. (https://soundcloud.com/strarivc).

Le storie che non vediamo più

Come diceva Marcel Proust per viaggiare non serve cercare nuove terre ma avere nuovi occhi. E servono davvero nuovi occhi per vedere quello che l’abitudine non ci fa più percepire, ovvero il fascino che anche le cose più semplici, legate al nostro territorio, esercitano su chi viene da un altro luogo. Lo vediamo bene nel video del fotografo Oliver Astrologo dedicato a quello che lui chiama “The italian touch” (https://vimeo.com/101913998). Improvvisamente attraverso il suo sguardo il paesaggio italiano ci sembra magico, interessante e nuovo.

Le storie dentro cui possiamo entrare

Nel 2013 il giovane fotografo russo Murad Osman comincia a pubblicare su Instagram una serie di immagini che ritraggono lui e la fidanzata in posti bellissimi (https://www.instagram.com/muradosmann). Tutte le immagini sono identiche nell’impostazione.  Rappresentano la ragazza con la schiena rivolta all’obbiettivo mentre tiene saldamente la mano del fidanzato-fotografo guidandolo alla scoperta dei più bei luoghi del mondo. In breve l’hashtag #followme, che accompagna le immagini, diviene virale e ancora oggi non si contano gli emuli di Osman. Come spiegare questo successo se non per il fatto che l’immagine ci fa “entrare” nel paesaggio rappresentato invece che tenercene fuori come spesso fanno le foto patinate dei depliant turistici?

Un passo ulteriore in questo senso è quello dell’italianissimo sito La valle dei segni (http://www.valledeisegni.it) promosso dall’Ente del Turismo della Valle Camonica, in cui si invita il visitatore a entrare a far parte della storia millenaria della valle creando il proprio segno sulla scorta di quelli antichissimi lasciati dagli uomini primitivi. Un modo per inserire concretamente la propria storia in quella dei luoghi, contribuendo a scriverne il seguito.

Modalità diverse quindi ma, tutte, accomunate dall’ attenzione per il punto di vista di chi visita i luoghi non per quello di chi li deve comunicare. Solo così possiamo progettare una narrazione interessante ed efficace, basata sull’autenticità e sulla sintonia con il nostro pubblico, come lo storytelling serio richiede.

Questo post è stato scritto da Gaia Passamonti dell’agenzia di comunicazione Pensiero Visibile una bella realtà gestita insieme ai colleghi Alessandro Scardino e Anna Tagliapietra. Gaia è così. Porta cultura nel digitale. Una cultura a 360 gradi nella convinzione che umanesimo lento e velocità social possano unirsi in un connubio perfetto. Funziona che davanti a una tazza di thè un pomeriggio ci siamo ritrovate a “dissertare” di libri, idee e punti di vista che, abbiamo scoperto, erano molto più vicini di quello che si poteva credere. Abbiamo scoperto che amiamo il nostro lavoro pur avendo bisogno, a volte, del silenzio per ritrovarci. Ho capito che io per mettere freno alle tante cose da fare e fissare le idee riempio le pareti di casa di fogli, tabelle e biglietti colorati mentre lei con un sorriso ferma tutto, riflette, ti prende per mano et voilà il viaggio inizia. E quindi, ancora una volta, sono contenta di fare spazio a una professionista/amica che sa rendere lo storytelling speciale e mai banale.

 

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I contenuti sono importanti lo sai vero?

Ma come hai un sito e quello che c’è scritto è così poco carino?

Hai letto il post in quella pagina facebook? Dimmi cosa ne pensi?

Content is the king si dice.

Meno male penso io, che di contenuti e parole mi occupo, ma non è solo questo dietro c’è molto di più.

Per questo ho pensato di presentarvi il progetto “Contenuti Utili” creato dal mio amico Francesco Ambrosino insieme a Federico Simonetti.  In arte il creativo e il precisino.

Seguo sempre con attenzione quello che riguarda la produzione dei contenuti siano essi on line oppure off line.

Per deformazione professionale certo ma, anche e soprattutto, per passione e oggi sono ben felice di presentarvi questa doppia intervista.

Se poi volete approfondire seguite il sito www.contenutiutili.it

Francesco e Federico iniziamo da voi. Tre parole per descrivervi e tre per raccontare l’idea di “Contenuti utili”.

FD: Nel lavoro come nella vita mi piacciono le cose fatte bene, buone e giuste. Questo penso descriva me come persona e Contenuti Utili come idea. Io e Francesco abbiamo deciso di portare avanti un progetto che fosse anche, un po’, figlio del nostro modo di vedere questo mestiere. Un lavoro che è anche una passione e una missione.

FR: Tre? Misantropo, snob e pazzo. Per quanto riguarda Contenuti Utili direi divertente, professionale e stimolante.

I contenuti hanno un grande potenziale. Puoi avere tutta la presenza on line che vuoi ma deve comunicare qualcosa di interessante. Contenuti utili verso contenuti di valore. Qual è il vostro punto di vista?

FD: Io sono sempre stato dalla parte del “contenuto utile”.  Spesso il concetto stesso di “valore” è fuorviante perché la domanda che ti assale è sempre “ma quale valore?” Esistono tanti tipi di valore (economico, morale, ludico…) e ogni persona attribuisce un valore diverso alle cose. Viceversa, con il concetto di utilità, la domanda spontanea è “ma utile per chi?” e qui si apre un mondo. Devi scavare nella testa del tuo utente e, prima di proporgli qualunque cosa, devi capire cosa lo fa stare sveglio la notte, quali sono i suoi problemi, cosa gli svolterà la giornata.

FR: Io parto dal presupposto per cui se il valore è soggettivo una cosa utile lo è sempre e se non lo è per te, semplicemente, è perchè non ne avevi bisogno che è diverso. A me piace pensare che quando si produce un contenuto lo si faccia per gli esseri umani prima e per Google dopo e le due cose non sono affatto in contrasto anzi. Come direbbe Frankenstein Junior si può fare!

Perché i contenuti devono essere al centro di un progetto comunicativo? Quanto fa la differenza, dal punto di vista dei risultati, una strategia di content marketing ben fatta?

FD: Una strategia di content marketing ben fatta può fare la differenza tra la vita e la morte. Chiariamo una cosa: io ho sempre cercato di lavorare con un unico obiettivo e cioè portare fatturato alle aziende attraverso il traffico web. Non è una banalità ma è una cosa che poche persone capiscono realmente nel nostro mestiere. Francesco è tra queste. Mi rendo conto che, nel mondo di internet e dei social, siamo tutti presi da metriche che c’entrano poco con l’azienda ma il tessuto imprenditoriale di un paese non è fatto soltanto di newco che vivono di milioni di nuovi iscritti ma di gente che deve produrre o vendere servizi e di aziende che devono fatturare. Il content marketing non è l’unico strumento per raggiungere questo scopo ma è di gran lunga quello più efficace nel lungo termine e si può declinare su decine di strumenti differenti: social, blogging, SEO, email e alla fine se sei in grado di produrre un buon contenuto e un messaggio chiaro sei il fottuto dio della comunicazione.

FR: Il Content Marketing è sempre esistito, almeno dalla fine dell’ottocento in poi, quello che è cambiato nel tempo sono l’approccio e le piattaforme utilizzate. Ricordi i Miracle Blade i coltelli con i quali tagliare le marmitte dei motorini (ma perché???)? Quello è stato un ottimo esempio di content marketing perché veniva proposto agli utenti un contenuto divertente, appassionante e affascinante per promuovere un prodotto nemmeno particolarmente innovativo – cazzo so’ coltelli alla fine. Io amo questo modo di intendere il marketing che non ruota intorno al prodotto o al servizio né tanto meno al prezzo ma al contenuto, al racconto e alle emozioni. La Apple non è diventata quello che è diventata solo grazie ai prodotti fighi e innovativi ma perché ha saputo creare dei contenuti capaci di trasformare un brand in un universo semiotico pieno zeppo di significati che vanno dalla ribellione degli anni ‘80 all’appartenenza a un gruppo di oggi. Ho deciso di fare questo per mestiere. Creare contenuti per aumentare conversioni, metriche e fatturati dei clienti e non credo che sia un caso se da bambino passavo le ore a guardare le televendite dei coltelli o degli aspirapolveri.

Nel vostro ebook scrivete “crediamo che tutto quello che si fa on line abbia un senso nella misura in cui al centro del progetto si pone l’essere umano”. A volte io ho l’impressione che questo non sempre avvenga. La persona come valore aggiunto. Cosa ne pensate?

FD: Che non avviene sempre, come giustamente dici, ma che – quando avviene – è molto più facile raggiungere il successo. Le persone, i loro problemi, le loro preoccupazioni non sono quasi mai al centro della comunicazione aziendale. Spesso perché viene messa al centro la cosa sbagliata: l’azienda o il prodotto. Questo dipende da tantissimi fattori uno dei quali è che chi decide (direttore marketing o proprietario dell’azienda) si preoccupa più del suo gusto che dei suoi clienti ma anche dai “creativi” che in genere sono più concentrati sul divertire se stessi (o i decisori dell’azienda) di quanto non siano orientati a colpire il target audience. I risultati, spesso, si vedono. E non sono affatto buoni.

FR: Oggi avviene un po’ più spesso ma non sempre in modo positivo. La verità è che, soprattutto in questo paese di dipendenti pubblici e studenti, confondiamo il marketing con la vendita ed è ovvio che le strategie di marketing facciano poi cagare. Il marketing in Italia è fermo ancora alla politica dell’offerta, dello sconto e del 3×2 ma è una puttanata. Quella è la strategia commerciale e non è marketing. Oggi se voglio un prodotto prima di acquistarlo mi informo online e non sarà certo l’offertona last minute a sciogliere i miei dubbi. Se un brand riesce a intercettare questa necessità latente dell’utente/potenziale cliente producendo contenuti informativi e/o emozionali,  nel medio e lungo periodo, la differenza si noterà eccome!

Voi dite un contenuto utile è sempre di valore ma non sempre vale il contrario. E’ vero. Volete spiegare meglio questo aspetto dal punto di vista pratico?

FD: Ti faccio un esempio concreto: un video virale su Facebook che raggiunge un milione di persone è sicuramente un contenuto di valore. Ci sono un milione di persone che l’hanno giudicato divertente e gli hanno dedicato del tempo ma è un contenuto utile? Non è detto a meno che non fosse un tutorial o una lista di consigli per risolvere un problema all’utente. In più quel video se non viene collegato a un medium esterno (YouTube o il post di un blog) verrà perso per sempre nel flusso dei social e non sarà più facile ritrovarlo. Un contenuto utile, invece, è anche qualcosa che è facile “andare a ripescare”.

FR: Credo di averti risposto già prima ma proviamo con un altro esempio. Io ho scoperto da poco di essere intollerante al lattosio e, facendo delle ricerche online sugli alimenti da evitare, mi sono reso conto che si trattava sempre di un copia incolla che non so da dove sia partito. La cosa peggiore è che la stessa lista, uguale proprio, l’ho trovata nel bugiardino di un farmaco che devo assumere. Il fatto che nessuno si sia preso il disturbo di fornire delle indicazioni aggiuntive o di spiegare, ad esempio, perché il parmigiano si può mangiare nonostante l’intolleranza l’ho trovato molto stupido. Quella lista è senz’altro un contenuto di valore, perché per me che ho quel problema è importantissimo averne una copia, ma non è utile perché non si è differenziato dagli altri e non mi ha spiegato niente. Distinguiamo tra contenuto di valore e contenuto utile perché l’utilità è ciò di cui gli utenti hanno bisogno.

La difficoltà che riscontro quando faccio consulenza è la definizione degli obiettivi. Spesso chi ci contatta ha tante idee confuse e non ha chiara la strada da perseguire. Certo è che se gli obiettivi si definiscono al meglio la strategia di comunicazione ha senso per poter essere costruita nel modo più efficace possibile. Voi cosa ne pensate?

FD: Il mio biglietto da visita recita “senza dati sei solo un altro stronzo con un’opinione” e lo penso davvero. Sia io che Francesco sappiamo bene cosa significhi dover “educare” i clienti ai dati ma ci è capitato di arrivare a un punto nel quale abbiamo detto “o definiamo qualcosa di chiaro e quantificabile o possiamo anche finirla qua”. So che si tratta di un atteggiamento un po’ estremo ma avere dei clienti con i quali non è chiara la misura del successo o dell’insuccesso è pericoloso e non ti aiuta nel lungo termine.

FR: Sono onesto ormai rifiuto clienti che, dall’approccio iniziale, mi fanno capire che non intendono affidarsi a me come consulente per poter fare delle cose ma si aspettano che io faccia semplicemente la scimmietta, che esegue gli ordini e si becca le cazziate quando le cose vanno male. Io sono abituato a lavorare sul medio e  lungo periodo perché la bacchetta magica non ce l’ho. Una strategia di content marketing ha bisogno di studio, analisi e progettualità a monte così come operatività e continui interventi correttivi nell’arco del tempo. Se il cliente non lo capisce, per quanto mi riguarda, può anche passare al prossimo consulente tanto ce ne sono una marea.

Scrivere contenuti significa, spesso, raccontare la storia di chi si affida a noi per comunicare il proprio lavoro. Qui entra in campo lo storytelling aziendale. Quanto è importante questa tecnica e che risultati si possono ottenere attraverso la sua applicazione?

FD: Credo che raccontare storie sia l’unica cosa che, nel medio periodo, possa distinguerci dalle macchine ma non bisogna eccedere. Oggi tutti i brand vogliono diventare come Apple senza sapere che dietro quelle forme di narrazione ci deve essere una consistenza e un prodotto che sorreggano il racconto altrimenti risulti solo un pallone gonfiato. La strada è quella di raccontare il modo in cui la tua azienda e le persone che ne fanno parte lavorano per risolvere i problemi di tutti i giorni dei loro clienti senza necessariamente passare per un eccesso di narrazione o per una rappresentazione errata del brand.

FR: Lo storytelling aziendale è un settore molto complesso, perché si rischia di produrre noiosissimi redazionali, di cui non fotte un cazzo a nessuno, e gli uffici stampa ancora non l’hanno capito. Hai due possibilità: parlare di ciò che fai e basta in modo originale e innovativo, oppure parlare di ciò che ruota intorno al tuo brand. Nel primo caso devi essere un marchio con i controcazzi perché delle tue finestre in pvc non frega a nessuno ma se mi spieghi come posso risparmiare sulla bolletta energetica grazie a questo tipo di prodotto magari ti ascolto anche. La parte difficile è proprio questa far capire al cliente che non è la Coca Cola e che non può produrre solo contenuti autoreferenziali.

Un aspetto che mi incuriosisce molto è il posizionamento nei motori di ricerca. Può esistere Seo senza content marketing? Quanto questi due aspetti sono collegati tra loro?

FD: Tutto il nostro libro è nato da un assunto:  SEO e content marketing funzionano meglio assieme. Certo puoi fare SEO da sola ma siamo convinti che le persone ti troveranno nel momento giusto al posto giusto? Allo stesso modo, puoi ottenere risultati relativi pubblicando battute sagaci e gif di gattini su Facebook, ma poi, quando i tuoi utenti vorranno ritrovarle, come faranno?

FR: La SEO è molto complessa e si possono realizzare progetti di posizionamento di successo anche senza produrre contenuti di qualità ma, onestamente, a me queste cose annoiano molto. Per fortuna è possibile posizionare contenuti utili lavorando sulla semantica e sulla parte tecnica e preferisco questa strada. La trovo molto più stimolante e umana quindi più efficace.

Sono molti gli strumenti per essere presenti on line oggi. Dal sito ai profili social passando per il blog. Premesso che ognuno di questi può contribuire ad avere un’identità, che dovrebbe essere coordinata, mi soffermerei sul sito aziendale e sul blog. In questi due casi i contenuti possano avere un ruolo determinante. La vostra opinione?

FD: Il marketing mix non ha mai dei silver bullets che vanno bene per tutto e non esiste neanche una strategia migliore delle altre in assoluto. Credo che ogni marketer ami degli strumenti in particolare un po’ come un soldato che si prepara alla battaglia: c’è chi spara con il bazooka e chi preferisce usare una sniper rifle… la cosa importante è portare a casa il risultato. Dal mio punto di vista, però, credo ci siano degli strumenti di supporto che – oggi come oggi – non possono mancare quando parliamo di comunicazione aziendale: un punto di contatto per la lead generation (una landing page) e una presenza in un canale molto frequentato dal target audience (social o SEO). Sia all’interno del primo che del secondo, i contenuti devono avere una presenza dirimente.

FR: Non bisogna adoperare tutte le frecce presenti nella propria feretra, anzi, less is more. Se usi uno strumento devi farlo bene altrimenti meglio evitare. Ogni settore, azienda o professionsita può avere maggiori riscontri da una piattaforma piuttosto che da un’altra ma questo non vuol dire che una sia buona e l’altra cattiva semplicemente non serviva a lui. Detto questo, a mio avviso, creare un progetto digitale senza social, blog e SEO  è limitante se non addirittura inutile.

I tre errori da evitare quando si inizia la pianificazione di una strategia di content marketing e i tre punti di forza perché questa risulti efficace.

FD: Innanzitutto l’errore peggiore: non concentrarsi sul target. Io e Francesco lo diciamo in tutte le salse ma è una cosa molto, molto trascurata. Quando scrivi, progetti o analizzi non lo stai facendo né per te stesso, né per il tuo datore di lavoro ma per i tuoi clienti. Dimenticarlo è facile ed è la strada più rapida verso il fallimento. Secondo errore: cedere troppo facilmente alle opinioni degli altri. Il nostro mestiere è difficile ci sono tanti modi per fare bene qualcosa e non c’è mai “l’unica via percorribile”. Troverai sempre “scienziati” pronti a criticare quello che stai facendo perché “secondo me…”. Quello che devi fare è fidarti del tuo lavoro, della tua esperienza, del tuo intuito e delle tue analisi. Se hai fatto bene i compiti a casa probabilmente qualcosa di buono uscirà dai dati. Terzo errore: innamorarsi di quello che si sta facendo. Succede più spesso di quanto si immagini: pensi, progetti, ti impegni e poi le cose, semplicemente, non funzionano. Non devi rimanerci male devi solo rimetterti a lavorare.I tre errori sono speculari ai tre punti di forza: concentrati sul target, fai attenzione ai dati, ai numeri e alle cose misurabili e non alle opinioni degli imbecilli del web e infine  ricordati che non sei perfetto ma sempre perfettibile

FR: Gli errori da evitare sono molti ma farli fa bene per crescere. In ogni caso i più gravi sono: non leggere i dati che siano quelli di Google Analytics oppure quelli forniti dal cliente che, magari, aveva appuntato su un’ agenda di merda tutto quello che hai è un punto di partenza. Senza questi non potrai nemmeno usare facebook in modo efficace pensa il resto. Non dettare la linea a monte. Mai, e dico mai, arrendersi all’adagio “armiamoci e partite” perché poi a perdere il cliente sei tu. Non si pubblica nemmeno un ciao sulla pagina facebook dell’azienda senza aver prima sviluppato una strategia, che potrà anche evolversi nel tempo, ma devi averla. Non divertirsi: se ti annoi, lavorerai male. E se lavori male, non ottieni risultati. E se non ottieni risultati, perdi passione. E se perdi passione, è finita.

Direi che ci sono parecchi spunti interessanti su cui riflettere e su cui confrontarsi per cui vi aspetto con i vostri commenti e non fatevi aspettare.

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Quante volte vi ho detto che le parole sono uno strumento importante e potente?

Quante volte vi ho detto che, con le parole, possiamo fare la differenza arrivando alle persone e cercando di comunicare il meglio di ognuno di noi.

Lo ribadisco ancora una volta dedicando un post a una professionista che stimo e apprezzo.

Una persona speciale dalla quale ogni giorno imparo cose nuove e mai scontate.

Vi parlo di lei per raccontarvi il mio mondo attraverso un punto di vista diverso e per farvi capire quanto, veramente, il linguaggio possa essere uno strumento dal potenziale infinito attraverso il quale far conoscere noi e le nostre competenze.

Vi presento Regina Moretto esploratrice di scrittura potente e, per sua definizione, manovale della comunicazione.

Se la ascolti resti incantato e, se ti lasci guidare, potrai essere sorpreso.

Regina sperimenta l’uso innovativo della parola nelle sue diverse forme ogni giorno.

Lo fa nei corsi di formazione che organizza e lo applica al suo lavoro mettendo a disposizione la sua esperienza per raccontare, in modo nuovo e mai banale, le realtà con le quali entra in contatto e le persone che le animano.

Un impegno denso e ricco di stimoli che nasce dalla convinzione che esistano tantissime belle storie alle quali non si riesce a dare luce perché appiattite dall’uso di espressioni sterili, semplici e poco curate.

Potrei dirvi che svolge attività di copywriter, e in effetti è vero, ma lo fa in modo approfondito e riflessivo utilizzando un metodo in cui nulla è lasciato al caso e dove tutto, anche il pensiero, viene organizzato e le parole diventano mezzo di introspezione unico e personale proprio come ognuno di noi.

Regina utilizza la Scrittura Potente per ricavare l’essenza dalle storie, professionali e personali, facendo un lavoro di ascolto, ricerca e riflessione profondo e mirato al raggiungimento di obiettivi chiari e prefissati.

Mi piace pensare che lei ci aiuti a vedere la comunicazione attraverso una nuova prospettiva. Alchemica e poetica allo stesso tempo.

Noi possiamo soltanto stupirci del risultato che potremmo ottenere… un po’ come tornassimo bambini alle prime conquiste.

Il pianeta di Regina è la scrittura e come tale esso è oggetto di studio e approfondimento continui.

Scrivere non è per tutti e non è da tutti ma farlo in modo non banale fa certamente la differenza.

Siamo circondati da vocaboli che si ripetono all’infinito dimenticando di poter godere di una lingua ricca e inebriante.

E’ un peccato non sfruttare a pieno questo enorme potenziale.

Regina lo sa fare.

E’ in grado di infondere nuova energia a un blog, un sito, un profilo e a ogni cosa serva per dare un messaggio.

Aiuta le persone a prendere coscienza dei propri talenti e dei propri punti di forza facendo in modo che, nel vasto mondo della rete, gli altri si soffermino, incuriositi, a leggere le sue ma anche le nostre parole.

Vorrei farvi capire che la scrittura è qualcosa di magico.

Non si può improvvisare, è vero, ma si può sviluppare ottenendo ottimi risultati.

E se siete curiosi di approfondire meglio tutto questo seguite Regina sui suoi canali social oppure sul sito www.ariarosa.it

 

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Un post speciale dedicato a una professionista che stimo. Una persona che della forza e della tenacia ha fatto le sue doti essenziali mettendoci anche passione, cuore e tanta onestà. Intervistare Giulia Bezzi non significa soltanto fare un viaggio nel magico mondo della SEO ma significa anche, e soprattutto, confrontarsi in modo chiaro e diretto. Per crescere, per condividere e per rendere il web un posto migliore.

Le persone che fanno del loro lavoro passione e dedizione sono sempre un grande esempio.

Io, oggi, sono davvero orgogliosa di poter ospitare sul mio blog Giulia che potete iniziare a conoscere qui ma anche sul suo sito www.seospirito.com

 SEO, Search Engine Optimization. Tu, invece, dici SEO SPIRITO. Di cosa stiamo parlando?

Io parlo di SEOSPIRITO perché, in questi anni, ho compreso che senza avere il proprio modo di lavorare e i clienti giusti, la SEO non funziona. E’ un vero e proprio atto di fede da parte del cliente. SEO è mettere in pratica le migliori tecniche per posizionare il nostro sito più in alto possibile, sapendo che nulla è certo e tutto varia. SPIRITO è il mio modo di lavorare: ostinata e determinata, poco propensa alla formula “yes man” e piena di energia. Sono una ricercatrice, ogni giorno devo studiare, il motore di ricerca è in continua evoluzione e devo stare al passo, sapendo che non avrò mai la verità in tasca. E’ voglia di diffondere la cultura digitale. Parlare a chi non ha chiaro il concetto e vedere lo stupore di chi capisce, quella lampadina che si accende, mi appaga moltissimo.

Scrivere un testo seo oriented significa avere un testo che può essere “letto” dal motore di ricerca. Quali sono i segreti per farlo al meglio e quali, invece, gli errori più banali da evitare assolutamente.

Questo è un concetto che io non accetto. SEO oriented, per me, significa scrivere come l’utente vuole che venga scritto qualcosa per poterlo comprendere e trovare le informazioni necessarie. Google, da sempre, cerca di capire come ci muoviamo in un motore di ricerca per reperire informazioni attraverso il linguaggio e il nostro background culturale. Io devo fare altrettanto se voglio essere tra le prime posizioni. Google ci premia mettendoci in alto, se facciamo ciò che lui ritiene sia ottimo per l’utente. Regole ce ne sono ma non è SEO è saper scrivere nella propria lingua sapendo di essere su web. Ti faccio un esempio: “il primo titolo deve essere un h1 e contenere la parola chiave”. Ora pensa al tuo lavoro. Sei una giornalista, devi scrivere il titolo di un articolo. Il titolo. Sarà quello più importante (h1), dovrà contenere il succo della vicenda (ci deve essere la keyword). E’ un segreto SEO o è una normalissima forma di scrittura? Non voglio semplificare, ci sono moltissimi modi di scrivere al meglio per posizionare un testo ma, cara la mia Rossana, dovremmo dedicarci più di una domanda in un’intervista.

Tu sei una seo specialist, quali le caratteristiche principali che non possono mancare per svolgere al meglio questa attività.

Dipende da quale parte della SEO ti metti. Non credo nei SEO specialist che sanno tutto, ognuno di noi ha scelto di specializzarsi in una parte della materia. Se si vuole avere a che fare con la struttura contenutistica di un sito, secondo me, bisogna avere:

  • buona infarinatura tecnica: la prima cosa che faccio è ispezionare il sito e chiedere gli accessi alle search console. Se il sito non è costruito a dovere, non metto mani.
  • conoscenza della propria lingua, che non significa solo coniugare perfettamente un verbo, a volte, li sbaglio pure. Bisogna studiare la propria lingua, la sua evoluzione, leggere moltissimo ciò che gli utenti scrivono perché solo così conosceremo le parole di ricerca.
  • approccio analitico: logica e statistica sono il pane quotidiano. Chi scrive per il web ha l’obbligo di portare alla conversione, che si tratti dell’iscrizione alla newsletter o dell’acquisto di un prodotto, serve valutare il risultato e modificare quando si sbaglia.
  • tanta voglia di studiare. Non passa un giorno in cui non legga le novità del settore online e pagine di manuali offline.

Come organizzare un piano di comunicazione che tenga anche presente l’aspetto Seo?

Dovrebbe essere il contrario, come si fa a pensare a un piano di comunicazione online che non parta dalla SEO? La SEO è metterci nelle condizioni di essere trovati in un motore di ricerca, qualsiasi motore di ricerca. Domani Facebook avrà una stringa di ricerca funzionante e farà la guerra a Google? Serviranno persone come me che al digitare di una parola nella stringa fanno uscire la tua pagina e non quella di altri. E’ sempre SEO perché c’è un utente che cerca organicamente qualcosa. Ecco perché io consiglio sempre di avere un consulente SEO al tavolo delle teste che decidono un piano di comunicazione. Sapere come viene ricercato il nostro settore, quali sono i testi che vengono prediletti, su che tipo di comunicazione scritta bisogna puntare è un forte contributo. E sto parlando solo del contenuto. Io ti fornisco il miglior vocabolario per essere ricercato dal tuo utente, da qui puoi partire a organizzare un piano che parli nel modo migliore no?

In internet tutti facciamo ricerche. Tutti usiamo (più o meno consapevolmente) le parole chiave. Penso al seo specialist come al tuo amico più fidato capace di aiutarti rendendoti riconoscibile. Penso questo in riferimento al fatto che il lavoro Seo non si limita alla creazione di testi per i siti ma può diventare fondamentale anche nella creazione di testi per altri canali social (l’importanza di essere presenti in modo uniforme su canali diversi)

Il lavoro SEO, infatti, non è proprio la creazione di testi per i siti. Dobbiamo avere un sito montato correttamente, facilmente navigabile, veloce, presidiato (tanti non sanno nemmeno dell’esistenza della search console, senza la quale, non si può davvero pensare di lavorare). E tantissimi altri fattori che un SEO solo non potrà mai soddisfare pienamente. Per quanto riguarda il contenuto, lo consiglio da molto tempo: studiare la comunicazione nei social per portarla nei nostri contenuti. Il sito è casa nostra, non è di nessun altro, dovrebbe essere curato e ottimizzato al meglio.

I social media sono una parte fondamentale della comunicazione online e dobbiamo assolutamente prenderne in considerazione il linguaggio.

Parlo di familiarità: su facebook ci permetteremo di essere magari più friendly ma, il nostro linguaggio, deve sempre essere familiare e riconoscibile per l’utente. Quando l’utente legge il sito deve riconoscersi, sentirsi a casa e così per tutti i canali che vengono attivati. Non dovrebbe esistere un social media manager che non si confronta con un SEO specialist e viceversa. Per ora, siamo ancora molto lontani dal raggiungerlo, almeno per quanto riguarda la mia esperienza.

Io quando scrivo penso a chi mi leggerà e, facendolo, penso che vorrei essere trovata. Questo meccanismo appartiene anche a te?

Io scrivo per essere trovata da chi ha bisogno delle mie competenze e ha cercato nel motore di ricerca qualcuno come me. Devo essere prima di questo signore e mi impegno perché accada. Io VOGLIO essere trovata da chi mi leggerà perché mi ha cercata. Scrivo per le aziende che si riconoscono nel mio SEOSPIRITO, agenzie con le quali sviluppare progetti in partnership vera e leale, persone che conoscono la materia e si confrontano con me, organizzatori di eventi per gli speech e di corsi per l’insegnamento. Quando parlo con i clienti della strategia SEO lo dico chiaro e tondo: non si scrive per posizionare ma per convertire. Posso essere primo per “seo specialist catania” ma se poi fino in Sicilia non posso permettermi di arrivare a lavorare, allora, non ci devo essere.

Un aspetto che mi incuriosisce molto è il rapporto con la semantica disciplina che trovo interessante e stimolante. Tu cosa ne pensi?

La semantica è solo una delle discipline che vengono studiate dagli esperti dei motori di ricerca per restituirci il miglior risultato possibile. E’ importante perché ci fa capire come, secondo il nostro comportamento linguistico, cambi la modalità di ricerca. Quando scriviamo dobbiamo ricordarci che potremmo essere trovati nei modi più vari possibili e, quindi, noi dovremmo essere pronti a esserlo altrettanto.

Ci sono persone che scrivono concentrandosi molto sull’argomento come se le parole chiave venissero da sé in modo quasi automatico. Sono più importanti le keywords oppure il tema di cui si scriverà?

Bella domanda. Ora tutti i copywriter del web mi odieranno. E’ difficilissimo far comprendere che sebbene i siti diano la sensazione di essere a compartimenti stagni, sono un’unica immensa storia. Nessuno di noi penserebbe a scrivere un libro senza avere prima definito un fil rouge, una scaletta dei capitoli, i protagonisti, i luoghi e le loro descrizioni. Chissà perché nel web questo accade sovente. Il tema definisce le parole e le parole definiscono il tema.

Ho come l’impressione che ancora in molti credano che fare seo sia soltanto legato alla ripetizione delle parole chiave nei contenuti. Ma se io davvero ripeto tantissime volte una parola google mi premia facendomi arrivare tra i primi posizionamenti?

No, tantissime volte tra l’altro significa proprio rimanere in basso. La ripetizione delle parole non è errata come idea. Si chiama densità tra l’altro: un rapporto tra quante volte vengono ripetute le parole chiave e il numero di parole del testo. Il concetto è un altro. La ripetizione delle parole deve essere naturale, rispetta ciò che la nostra insegnante di italiano ci raccontava fin dalle elementari. Se la nostra pagina ha come titolo “SEO nel 2016, intervista con Giulia Bezzi” mi aspetto di trovare nel testo le parole del titolo perché stiamo proprio parlando di questo argomento. Non mi aspetto siano le sole, ma di sicuro ci saranno. Quante volte? Se il testo è lungo ne avremo di più e viceversa. Tutto regolato dal buonsenso. Quello che Google cerca di applicare per valutare se il content è di qualità.

Seo è, a volte, ancora legato al concetto di spesa. Servono davvero grandi cifre da investire su Adwords per essere in cima ai posizionamenti?

La SEO non deve essere legata alla pubblicità a pagamento. E’ un concetto errato. Sono convinta che la SEO sia un elemento importante per la conversione ma ha delle dinamiche differenti dall’organico. Le cifre da spendere, a volte, sono forti ma è pur vero che lo sono perché la competizione è alta. Pensiamo per un attimo alla pubblicità che entra nelle case tutti i giorni: quanto può costare un minuto tra le anticipazioni del tg e il telegiornale stesso? Io sono convinta costi molto di più che fare bene una campagna di AdWords. Il web deve costare se si vogliono ottenere risultati perché richiede moltissimo lavoro in un luogo ad altissima competizione. Sia che si tratti di posizionamento organico che di tutte le altre attività messe in piedi.

L’importanza di lavorare in team. So che tu, come me, ami fare rete e poterti confrontare con altri professionisti. Ti va di raccontare il tuo punto di vista a riguardo?

Il web è un mondo molto vasto e per vedere un cliente felice non basta essere primi nei motori di ricerca. Non solo, per essere primi, comunque, non posso fare tutto da sola. Nel tempo ho sviluppato sempre più l’idea di avvalermi di partner importanti che completino la mia offerta e, soprattutto, abbiano la mia stessa visione lavorativa. Ci sono molte agenzie e freelance che hanno capito questo principio e collaborano davvero, senza farsi lo sgambetto quando si trovano a lavorare per lo stesso cliente. Purtroppo, non è ancora tutto così roseo. Spero presto si capisca che non è con la competizione sopra ogni cosa che si è vincenti ma con un onesto lavoro di squadra e sudore della fronte. Abbiamo la fortuna di operare in un campo in continua espansione e ricco di domanda. Smettiamola di farci male tra noi.

I prossimi progetti di Giulia Bezzi?

In questo momento vorrei dire “top secret”. Settembre, per me, è sempre stato un mese di partenze e grandi novità, ce ne sono parecchie ma voglio tenerle per me. Ti posso dire quali sono i miei più grandi desideri: continuare con la stessa energia, entusiasmo e voglia di crescere e poter sempre più insegnare e raccontare il magico mondo della SEO. Perché, come dico nella mia headline di Linkedin: “SEO non è noia ma l’arte di farsi trovare su Google”

Ci credo veramente, vorrei poterlo far capire anche a chi lo vede ostico e noioso.

 

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Succede che il web ti regali grandi opportunità di crescita personale e professionale e quando accade si può dire sia pura magia. Questo è quello che è successo a me con questo post speciale e sapete perche?
Perché questa volta non l’ho scritto da sola ma l’ho fatto con il socialmediacoso più preparato che c’è in circolazione.
Lui è Francesco Ambrosino e, a dire il vero, spero di esserne stata all’altezza.
Insieme parleremo di blogging e giornalismo e, devo dire, che l’argomento mi sembra molto interessante.

Io nasco giornalista nelle piccole redazioni locali e, diciamocelo pure, ho imparato a lavorare iniziando prima dalla pratica e poi analizzando la teoria.
Nel tempo sono “evoluta” e ora lavoro anche come copywriter e storyteller.
Insomma le parole sono il mio pane quotidiano e la cosa mi piace un sacco.
Quello che so è che, negli anni, il lavoro del giornalista è cambiato radicalmente e non sempre in meglio.
In alcuni casi è stato anche sminuito e ha un po’ perso quel valore di ricerca e verità che un tempo era determinante.
Oggi in molti si improvvisano professionisti e internet ha certamente dato man forte all’espandersi del fenomeno.
Nell’ambito della scrittura l’avanzata dei blog rappresenta, a mio avviso, uno degli aspetti più importanti e interessanti su cui si debba riflettere.
Lo vediamo tutti come, ogni giorno, spuntino nuove esperienze on line e, a fronte di esperimenti editoriali o professionali qualificati e meritevoli, ce ne sono altrettanti che non rendono onore a nessuna delle due categorie sulle quali io e Francesco ci siamo voluti confrontare.
Quello che vi presentiamo è uno scambio di idee fatto per capire, voluto condividere le nostre esperienze e vedendo di fare, anche,  un po’ di chiarezza.
Quindi eccovi le domande e le nostre risposte.

Il giornalista on line può definirsi un blogger?

R:  Per quanto mi riguarda no. Sono due professioni distinte, separate e diverse.
Rappresentano entrambe una scelta personale ma, direi, non paragonabile.
Il giornalista on line si comporta, tutto sommato, seguendo le regole classiche della professione.
Ricerca, approfondimento e stesura di un articolo vengono svolti in autonomia certo ma ci sono sempre un direttore responsabile e una redazione a cui dover fare riferimento.
Chi decide di essere blogger lo fa personalmente e lo fa a 360 gradi.
Ogni aspetto dal piano editoriale al target a cui rivolgersi fino alla gestione del prodotto finito è autonoma.

F:  Io ho vissuto le due facce della stessa medaglia (rifiutando di prendere il tesserino, però), e posso dire che le due professioni sono molto distanti. Quando ho iniziato a fare blogging ero giovane, un ragazzino, e lo facevo in modo decisamente dilettantesco, però avevo ben in mente quale fosse il mio ruolo: non facevo giornalismo perché creavo contenuti partendo da qualcosa che è antitetico al giornalismo: il mio punto di vista.

Il giornalista non può definirsi blogger per una serie di ragioni, che ti elenco qui:

  • Non scrive per sé, ma per un editore. Quindi non è libero di dettare la linea editoriale;
  • Non lavora sulla community, ma sul pubblico;
  • Non lavora sul personal branding, fatta eccezione per alcuni esempi lodevoli;
  • (Dovrebbe) basare tutto sulla raccolta delle fonti e non sulle opinioni personali;
  • Non cura le interazioni, il suo lavoro è scrivere;
  • Non ha necessariamente competenze tecniche di web marketing.I

Insomma, il giornalista non è un blogger, e scrivere online non lo rende tale.

Il blogger è un freelance e il giornalista?

R: Penso si possano dare due risposte.
Il blogger nasce freelance mentre il giornalista, nel caso, decide di esserlo.
Ma se per freelance intendiamo anche la possibilità di avere collaborazioni con più blog oppure con più testate giornalistiche in questo vedo un punto in comune.

F: Ni! Tecnicamente lo è, nel senso che di giornalisti assunti con un regolare contratto di subordinazione ce ne sono pochi in Italia, perché si tende a collaborare con più testate con partita iva. Il problema, per come la vedo io, è che il giornalista è un po’ più “mercenario”, nel senso che scrive per una testata da esterno fino a quando gli fa comodo, mentre il freelance vero è quello che si lega al proprio cliente, che soffre per i fallimenti e gioisce per i successi, come se l’azienda fosse la sua.

Per un blogger il personal branding è fondamentale, per il giornalista conta di più l’autorevolezza della testata per la quale scrive. C’è differenza tra le due cose?

R: Quello che posso dire, per esperienza, è che fare il blogger seriamente è molto faticoso.
Devi costruire un’immagine che sia fedele al tuo blog che, a sua volta, è il prodotto attraverso il quale tu ti presenti agli altri e al mercato.
Avere un blog significa gestire una piccola impresa sotto tutti i punti di vista.
Ideazione, creazione, funzionamento, aggiornamento, piano editoriale, calendario delle pubblicazioni, linguaggio da usare, contenuti di cui parlare e tanto altro ancora.
Senza contare che se fai un errore questo può essere moltiplicato all’ennesima potenza.
Per certi aspetti un giornalista è più agevolato.
Se alla base di tutto che conta è la serietà professionale certamente la testata giornalistica per la quale si lavora fa la differenza.
Lavorare per un quotidiano o un periodico importante è di sicuro più autorevole che pubblicare le proprie opinioni sul mensile della parrocchia (con tutto rispetto).
Quindi l’influenza che il giornale esercita si riflette sul giornalista che ne può trarre beneficio ma, dall’altra parte, resta la responsabilità di dover dimostrare di essere all’altezza della collaborazione stessa.

F: In Italia ci sono diversi giornalisti che hanno capito di dover lavorare sul proprio personal branding, ma sono sempre personaggi legati a testate nazionali molto forti e famose, è difficile che accada nelle redazioni locali e nei piccoli giornali.

La differenza, da questo punto di vista, è molto semplice: il giornalista gode di riflesso del prestigio della testata per la quale scrive, mentre il blogger deve farsi il culo a strisce per cercare di emergere, e la sua autorevolezza è direttamente proporzionale a quella del suo blog. E viceversa.

Ecco questo è il nostro post e queste sono le nostre idee che ci vedono, tutto sommato, allineati su molti aspetti.
Vorrei che questo articolo potesse diventare  motivo di riflessione.
Per me rappresenta un grande esempio di collaborazione nata dal web. Collaborazione fondata sulla stima reciproca e il rispetto che io e Francesco proviamo l’una nei confronti dell’altro.
Per cui, ancora emozionata, non posso che augurarvi buona lettura e ringraziare Francesco per la fiducia che mi ha dimostrato.

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