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Oggi, sul blog, ospito Michela Mazzotti cara amica con la passione per lo storytelling che lei applica al settore del turismo come elemento differenziante all’interno di una strategia di comunicazione. Quando ci confrontiamo è, ogni volta, una sorpresa. Semplicità e professionalità affiancate a quel senso di umilità che, nel nostro settore, non è scontato trovare ma che, invece, servirebbe a renderci tutti più consapevoli. Da non dimenticare, poi, un pizzico di sana ironia che non guasta mai. Ecco allora la nostra chiaccherata che, spero, possa offrirvi interessanti spunti di riflessione.

Michela sei una consulente web marketing per il turismo. Di cosa si tratta esattamente?

Essere una consulente web marketing in questo settore significa ascoltare le strutture turistiche e gli enti per capire le loro esigenze elaborando, poi, una strategia mirata, online e offline, aiutandole a raggiungere i loro obiettivi. In particolare mi occupo di consulenza, formazione, comunicazione e scrittura di contenuti.

Quali gli ingredienti principali per svolgere al meglio questa professione che, diciamolo, non è così semplice da sviluppare?

Un mix tra competenze da ampliare continuamente e passione per il proprio lavoro.

Il turismo rappresenta il tuo ambito di specializzazione. Come si presenta, oggi, la situazione e quali gli strumenti che potrebbero migliorare questo settore?

La situazione legata al turismo ha delle potenzialità di crescita enormi basti pensare chel’Italia ha un patrimonio unico al mondo che abbiamo il dovere di valorizzare.  In effetti il turismo e il suo indotto avrebbero, nel nostro territorio, la possibilità di fare, finalmente, crescere il nostro paese. Quali strumenti? Servono più formazione e consapevolezza e poi è necessario la giusta unione di strumenti per ciascuna realtà.

Nel turismo di cosa si potrebbe fare a meno e su cosa, invece, si dovrebbe assolutamente puntare?

Si potrebbe fare a meno del nostro immancabile campanilismo mentre si dovrebbe puntare molto di più sul fare rete, sulla crescita del branding territoriale e delle rispettive strutture.

Ti occupi di strategia e comunicazione applicando, in particolare, la tecnica dello storytelling. Spieghiamo perché questo tipo di produzione dei contenuti si può rivelare vincente per potersi presentare e raccontare all’utente in modo diverso?

Per quale motivo scegliamo di leggere qualcosa? Perché le informazioni racchiuse in quel contenuto ci interessano e attirano la nostra attenzione attraverso le emozioni. Questo è lo storytelling. Emozionare e far vivere esperienze attraverso le parole. È la parte del mio lavoro, assieme alla formazione, che mi piace di più ed è vincente perché, in un mondo sempre più veloce, ci fermiamo a leggere un testo solo se ci trasmette empaticamente qualcosa.

Quanto è importante, in un progetto di comunicazione, affidarsi a un professionista serio e competente in grado di analizzare la situazione sotto più punti di vista e, soprattutto, in grado di ottenere risultati concreti e duraturi nel tempo?

Fondamentale, almeno per la parte formativa. Affidarsi al famoso “cugino” può essere altamente controproducente. E poi, diciamolo chiaramente, se avete male a un dente andate dal dentista o dal cugino che ci prova facendo le cose a caso?

On line e off line. Mondi separati oppure integrabili e interagibili. Quale il tuo punto di vista?

L’online è lo specchio dell’offline e la sincerità è fondamentale nel mondo sempre più basato sulla web reputation.

Formazione. Si sente il bisogno di formare e offrire competenze selezionate e di qualità. Qual è il tuo messaggio come formatrice e organizzatrice di corsi rivolti al settore turistico?

Chiamatemi! A parte gli scherzi cercate la persona che fa al caso vostro, che sappia ascoltarvi e che sia in grado di creare un piano formativo su misura per voi.

E adesso i prossimi appuntamenti dove sarà possibile seguirti e i tuoi progetti futuri?

Ho diversi appuntamenti ch, però, non posso ancora rivelare. Sicuramente sarò presente ad alcuni eventi nei prossimi mesi ma posso solo dirvi di restare collegatial mio sito dove troverete aggiornate le date. Progetti futuri? Continuare a coltivare i miei sogni facendo il mestiere più bello del mondo!

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“Finché le gazzelle non sapranno raccontare le loro storie, i leoni saranno sempre i protagonisti delle storie di caccia.”

Proverbio africano

Mi sono spesso interrogata su quale sia, in estrema sintesi, ciò che rende lo storytelling una tecnica tanto potente ed efficace, sia per trasmetterlo a chi frequenta i miei corsi, sia per tenerlo presente, come un faro luminoso, nei momenti più difficili della progettazione strategica. Sono giunta alla conclusione che sia ciò che chiamiamo “immedesimazione” che vuol dire, poi, che quello che ci raccontano, in qualche modo, ci deve riguardare e quindi, anche in mezzo al rumore di fondo, ci fermiamo ad ascoltarlo.

Mica poco in questi tempi di sovraffollamento informativo e carenza di tempo!

Quando qualche tempo fa mi è stato chiesto di fare un intervento per un consorzio vinicolo della provincia veronese su storytelling e turismo, mi è sembrato giusto partire proprio da questo concetto e domandarmi, prima di tutto, se ciò che ci viene comunicato – e solo qualche volta raccontato – di un territorio, può creare immedesimazione. Se penso al territorio in cui vivo, cioè a Verona e provincia, la risposta purtroppo è quasi sempre negativa. Il racconto che si fa delle bellezze artistiche e naturalistiche della città e delle valli circostanti è per lo più autoreferenziato perché chi lo scrive esprime ciò che lui pensa sia attrattivo e non ciò che realmente lo è, sia nei contenuti che nelle modalità. Forse bisognerebbe fare lo sforzo di mettersi ad ascoltare ciò che l’utente – il turista in questo caso – veramente pensa e dice.

Solo se so cosa interessa al mio pubblico posso creare una narrazione in cui egli si può immedesimare, perché effettivamente lo riguarda. E non è detto che la narrazione che gli interessa sia quella sull’opera lirica o su Romeo e Giulietta. Ascoltare, a volte, dà risultati sorprendenti!

Ma quali sono le narrazioni che appartengono davvero al territorio, che costituiscono il suo “capitale narrativo”  che possiamo poi sincronizzare sui momenti di vita dei visitatori? Ho individuate quattro tipologie.

Le storie delle persone

Come racconterebbero il territorio le persone che ci abitano e lo vivono tutti i giorni? È questo il presupposto da cui è partita Canada Tourism Commission per il progetto Canada shared by Canadians chiedendo ai Canadesi di condividere “il loro Canada” ricevendo ben 65 ore di riprese condensate in un video (https://youtu.be/cotGh4Lu29M). Un turbine di paesaggi mozzafiato, wildlife e sport estremi ma, anche, di piccoli momenti quotidiani come quello di mangiare una maxiaragosta o di farsi leccare il finestrino della macchina da un alce. Come resistere?

Le storie piccole

Ogni luogo ha una storia da raccontare che, magari, non è la storia “grande” dei libri e dei monumenti ma quella piccola dei singoli luoghi nei quali il visitatore può ritrovare uno specchio della propria quotidianità. Una storia che si offre a chi ha voglia di ascoltare con attenzione, al di là dei percorsi consolidati e che, soprattutto in un paese come l’Italia, offre infiniti spunti narrativi se solo si ha voglia di uscire dai “luoghi comuni”. Ne è un esempio il bel progetto nostrano della Strada del Riso Vercellese di Qualità (http://www.stradadelrisovercellese.it) che ha dato vita a un vero e proprio ecosistema narrativo online in cui alla parte web e video si accosta, in maniera innovativa e transmediale, anche quella audio con un canale dedicato ai suoni della strada del riso. (https://soundcloud.com/strarivc).

Le storie che non vediamo più

Come diceva Marcel Proust per viaggiare non serve cercare nuove terre ma avere nuovi occhi. E servono davvero nuovi occhi per vedere quello che l’abitudine non ci fa più percepire, ovvero il fascino che anche le cose più semplici, legate al nostro territorio, esercitano su chi viene da un altro luogo. Lo vediamo bene nel video del fotografo Oliver Astrologo dedicato a quello che lui chiama “The italian touch” (https://vimeo.com/101913998). Improvvisamente attraverso il suo sguardo il paesaggio italiano ci sembra magico, interessante e nuovo.

Le storie dentro cui possiamo entrare

Nel 2013 il giovane fotografo russo Murad Osman comincia a pubblicare su Instagram una serie di immagini che ritraggono lui e la fidanzata in posti bellissimi (https://www.instagram.com/muradosmann). Tutte le immagini sono identiche nell’impostazione.  Rappresentano la ragazza con la schiena rivolta all’obbiettivo mentre tiene saldamente la mano del fidanzato-fotografo guidandolo alla scoperta dei più bei luoghi del mondo. In breve l’hashtag #followme, che accompagna le immagini, diviene virale e ancora oggi non si contano gli emuli di Osman. Come spiegare questo successo se non per il fatto che l’immagine ci fa “entrare” nel paesaggio rappresentato invece che tenercene fuori come spesso fanno le foto patinate dei depliant turistici?

Un passo ulteriore in questo senso è quello dell’italianissimo sito La valle dei segni (http://www.valledeisegni.it) promosso dall’Ente del Turismo della Valle Camonica, in cui si invita il visitatore a entrare a far parte della storia millenaria della valle creando il proprio segno sulla scorta di quelli antichissimi lasciati dagli uomini primitivi. Un modo per inserire concretamente la propria storia in quella dei luoghi, contribuendo a scriverne il seguito.

Modalità diverse quindi ma, tutte, accomunate dall’ attenzione per il punto di vista di chi visita i luoghi non per quello di chi li deve comunicare. Solo così possiamo progettare una narrazione interessante ed efficace, basata sull’autenticità e sulla sintonia con il nostro pubblico, come lo storytelling serio richiede.

Questo post è stato scritto da Gaia Passamonti dell’agenzia di comunicazione Pensiero Visibile una bella realtà gestita insieme ai colleghi Alessandro Scardino e Anna Tagliapietra. Gaia è così. Porta cultura nel digitale. Una cultura a 360 gradi nella convinzione che umanesimo lento e velocità social possano unirsi in un connubio perfetto. Funziona che davanti a una tazza di thè un pomeriggio ci siamo ritrovate a “dissertare” di libri, idee e punti di vista che, abbiamo scoperto, erano molto più vicini di quello che si poteva credere. Abbiamo scoperto che amiamo il nostro lavoro pur avendo bisogno, a volte, del silenzio per ritrovarci. Ho capito che io per mettere freno alle tante cose da fare e fissare le idee riempio le pareti di casa di fogli, tabelle e biglietti colorati mentre lei con un sorriso ferma tutto, riflette, ti prende per mano et voilà il viaggio inizia. E quindi, ancora una volta, sono contenta di fare spazio a una professionista/amica che sa rendere lo storytelling speciale e mai banale.

 

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storytelling

Torno a scrivere sul blog dopo un momento di assenza dovuto agli impegni e alle idee che si stanno sviluppando e che stanno prendendo forma.

É stato un periodo intenso nel quale ho messo a fuoco cose che voglio potenziare e opportunità che voglio accettare. Perchè, in fondo, mi piace mettermi in discussione e perchè penso che ci si debba sempre sentire in evoluzione.

Mi piace sapere che posso e devo sempre migliorare.

Ho utilizzato questo tempo per studiare e continuare ad approfondire un argomento, quello della scrittura, che non si può certo dire esaurito con un buon lessico e una discreta tecnica.

Ho fatto il punto della situazione e, anche, un piccolo bilancio come vuole la tradizione con l’arrivo del nuovo anno.

Torno con un post nuovo e alcune riflessioni che uniscono due argomenti che mi piacciono parecchio.

Le parole e il turismo. Le prime che mi fanno sentire a casa, il secondo che cerca di soddisfare il mio animo nomade e curioso sempre pronto a partire per conoscere e scoprire persone, luoghi e cose nuove.

Tutto è iniziato con l’invito ricevuto dall’amico Luca Bezzetto.

L’idea è stata quella di capire come si possa valorizzare un territorio dandogli nuova luce e visibilità ma, soprattutto, in quest’ottica che ruolo e che importanza possono avere la comunicazione e il modo scelto per raccontarsi.

Può, ad esempio, lo storytelling diventare strumento utile e funzionale in tutto questo?

Può un nuovo punto di vista usato per presentare un viaggio, un itinerario oppure la bellezza di un luogo fare da volano per far breccia nella curiosità della gente?

Potevo, proprio io, non cogliere questo spunto?

Da tempo dico che il turismo di massa è interessante e piacevole ma il meglio di una città o di una regione lo si può scoprire solo lasciandosi andare e guidare dalla voglia di andare oltre.

Oltre i percorsi convenzionali.

Perché il nostro è un paese talmente ricco di colori, tradizioni e sfaccettature che è difficile riunirle tutte in un solo segmento.

Vanno bene tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per essere turisti consapevoli ma vorrei ci fossero più racconti di viaggio per potermi appassionare e viaggiare, magari, anche stando seduta sul divano di casa.

Grazie al web, a dire il vero, ci sono già alcuni esempi interessanti e meritevoli.

Penso ad alcuni blog di settore, ad esempio, che non propongono solo semplici mete e destinazioni ma esperienze vissute in prima persona.

E questo presentato in un certo contesto, con un tono e un’atmosfera adeguata, a mio avviso, fa la differenza.

Ma c’è ancora molto da fare e parecchio da sperimentare anche.

Almeno questa è la mia opinione.

In questo senso, qualche settimana fa, ho conosciuto il progetto denominato Distretto delle Terre Basse nel quale alcuni paesi della provincia di Verona si sono riuniti con l’obiettivo di voler valorizzare un’area geografica esterna alla città scaligera ma che non ha nulla di meno da invidiare. Anzi, è una zona con un grande potenziale che merita di essere conosciuto.

Un patrimonio ambientale, artistico ed enogastronomico che può tranquillamente competere con altri percorsi maggiormente valorizzati e supportati dal punto di vista comunicativo e non solo.

In quest’ottica le parole possono rivelarsi uno strumento dal forte potenziale,  funzionali a un nuovo modo di fare turismo.

Le parole possono accompagnare il lettore in un viaggio in cui si raccontano luoghi, paesaggi e prelibatezze che non tutti conoscono. Un viaggio virtuale che può diventare reale.

Per questo vi invito a visitare il sito www.leterrebasse.it e a sostenere questa iniziativa che si sta costruendo e sviluppando con entusiasmo e impegno anche attraverso suggerimenti e opinioni che possono essere condivisi qui oppure sui social di riferimento.

E voi che ne pensate?

Turismo di massa oppure no?

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Sono convinta che la narrazione sia uno strumento importante e di rilievo all’interno di una strategia di comunicazione.

Ho, però, la percezione che si parli tanto di storytelling e, nello specifico, di storytelling aziendale senza sapere bene di cosa si tratti.

Un’espressione tanto usata quanto abusata.

Una tecnica non per tutti perché, lato pratico,  prevede competenza, preparazione e anche cultura (sì che non è poi una cosa così brutta come sembra).

Se non si usa non succederà nulla soltanto si dovranno trovare strumenti diversi e più adatti alle esigenze che si vorranno perseguire.

In questi giorni ho fatto alcune riflessioni sul tema e ho deciso di riproporle sul blog nell’intento, se non di fare chiarezza, di portare un pochino di ordine.

Partiamo dal fatto che i contenuti sono sempre più l’elemento di attenzione del marketing e che a fronte di una loro notevole produzione non sempre corrisponde la relativa qualità.

In questo momento, però, vorrei vedere meno contenuti ma scritti meglio.

Contenuti che devono essere specializzati, mirati e ben fatti ma, anche e soprattutto, devono saper emozionare creando empatia con l’utente che ne fruisce.

Credo che lo storytelling rappresenti davvero un valore aggiunto ma penso non venga percepito per la sua reale importanza.

Mi sembra più inteso come una tendenza.

Da potenziale virtù diventa una sorta di vizio e questa sua perdita di valore mi lascia perplessa.

Perché?

Bé perché nel momento in cui scrivo la storia di un’azienda e delle persone che ne fanno parte, ad esempio, non faccio solamente un lavoro di scrittura votata al business.

O meglio non faccio solo quello ma faccio molto di più.

Ascolto quello che chi mi coinvolge ha da dirmi (ascoltare oggi non è proprio scontato).

Apprendo aspetti profondi e rilevanti che nessuno meglio di chi li vive ogni giorno può conoscere nel dettaglio.

Trasformo un’ idea, un’ ispirazione o una missione in un testo che creo appositamente scegliendo le parole migliori che ho a disposizione.

Quelle che, più di altre, esprimono il valore e la vera identità delle realtà con cui mi confronto.

E’ un lavoro di squadra e di collaborazione tra me e chi mi coinvolge.

Loro ci mettono la storia, io le parole.

Se tutto va bene il risultato sarà qualcosa di sorprendente, vero, unico e non un prodotto preconfezionato.

Quando faccio storytelling mi piace pensare di essere come una sarta che crea un abito su misura.

L’ abito che si desidera e che nessun altro potrà indossare in quel modo.

Determino gli obiettivi e li metto su carta (o su pc che è più attuale).

Molto spesso si pensa che una buona narrazione serva solo a far vendere di più. Sì ma non solo.

Una buona narrazione serve a farti entrare nella mente e nel cuore delle persone che di te si devono fidare e in te si devono riconoscere.

Serve a raccontare, fidelizzare, creare un rapporto di confronto e dialogo.

Insomma vendere è, forse, il risultato più scontato tra i tanti che si possono elencare.

Non mi fermo alle apparenze, vado molto più a fondo.

Faccio ricerca per trovare i termini che mi piacciono di più e che meglio possono rappresentare quello che  devo raccontare.

Mi piace fare storytelling perché ho a che fare con la creazione di qualcosa di speciale.

Lavoro con le parole ma non solo.

Posso scegliere video, immagini e tanto altro ancora. Una commistione che può fare la differenza, che può esplorare tutte le forme e le sfaccettature del linguaggio ma di questo parlerò nei prossimi post.

E voi, vi va di dirmi la vostra opinione su questo argomento?

Favorevoli oppure no?

Tendenza o tecnica?

Storytelling per tutti o solo per alcuni?

 

 

 

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Si parla spesso di storytelling (dall’inglese narrare una storia) e, negli ultimi anni, il suo sviluppo è stato tanto notevole quanto interessante.

Credo che in questi tempi di “socialità” continua e frenetica raccontare e raccontarsi sia diventato importante e necessario.

In fondo se non lo si facesse il rischio di non esistere sarebbe notevole e, a modo nostro, tutti raccontiamo una storia ogni giorno (anche fosse solo la nostra).

Lo storytelling è una disciplina narrativa particolare e fluida perché in grado di coinvolgere diverse competenze da quelle testuali a quelli visive solo per indicarne alcune e, proprio per questo, a me piace in modo particolare.

Per me fare storytelling significa produrre contenuti capaci di emozionare arrivando dritti al cuore delle persone che li leggeranno.

Questo è quello che voglio ottenere.

Almeno ci provo.

Voglio che le persone si emozionino. Voglio raggiungere qualcosa di inaspettato. Voglio, in qualche modo, sorprendere il lettore regalando storie che siano vere e autentiche fatte di valori, idee e progetti condivisi.

Noto come, ormai, non siano più solo le grandi aziende a fare appello a questa tecnica per comunicare il loro brand e la loro immagine.

Vedo, sempre più spesso, come anche le piccole o medie imprese si stiano organizzando e richiedano sempre di più le competenze di uno storyteller nella creazione di strategie di comunicazione nuove ed efficaci.

Perché è così importante parlare di storytelling oggi?

Perché penso che, alla base di tutto, ci sia la volontà di condividere insieme agli altri il proprio patrimonio che sia personale, culturale oppure imprenditoriale.
In fondo le aziende sono fatte dalle persone per le persone e quella che si viene a creare, nella maggior parte dei casi, è una grande avventura che vale la pena far conoscere.

Una storia che deve essere reale e scritta con il contributo di tutti gli attori.

Uno degli aspetti che più apprezzo dello storytelling è proprio il coinvolgimento di tutti. Nessuno è meno importante di un altro e così facendo si creano sinergia e sintonia e questo non può che far bene alla realizzazione di un progetto comune e condiviso.

In molti casi, le aziende oppure i privati che si affidano a questo percorso creativo, riflettono sul proprio lavoro analizzandone tutti gli aspetti, selezionando quelli più importanti e cercando di pensare a quale pubblico ci si vuole raccontare così da poterlo fare al meglio. Un momento di riflessione importante che serve anche a riportare ordine ed equilibrio.

E’ inutile pensare di poter raccontare tutto a tutti. Non avrebbe senso e si perderebbe la profondità di questo lavoro.

Ancora una volta la qualità dei contenuti farà la differenza e saranno proprio loro a decretare il successo o meno della comunicazione.

Quali sono gli ingredienti principali per fare uno storytelling ben fatto?

A mio avviso questi:

  • L’ascolto che ti deve permettere di entrare in empatia con l’azienda e le persone con le quali dovrai lavorare
  • Il pubblico a cui ti vorrai rivolgere e lo strumento che utilizzerai per veicolare i contenuti
  • Autenticità e spontaneità (raccontare storie vere che proprio per questo sapranno attirare il pubblico)
  • Coerenza con i valori in cui tu stesso credi e che quindi saprai narrare al meglio delle tue potenzialità
  • Mettere le persone al centro (altrimenti dubito ci possa essere storytelling)

Detto questo vorrei comunque fare alcune precisazioni.

Narrare delle storie non è una cosa semplice né tantomeno deve essere considerato come qualche cosa di romantico e basta.

Perché un processo di storytelling possa funzionare deve essere inserito all’interno di una strategia di comunicazione la quale, a sua volta, deve avere degli obiettivi prefissati, chiari e raggiungibili.

Il campo di applicazione di questa tecnica è molto vasto e per questo il potenziale è alto e deve essere seguito in modo scrupoloso e attento senza che nulla sia lasciato al caso.

Per poter essere un buon storyteller cosa serve?

Certamente tanta passione, tanto talento e un pensiero elastico capace di emozionare e di emozionarsi.

Ma questo, se ci pensi bene, non è altro che il motore della vita!

 

 

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