Comunicazione, società e relazioni. Il punto di vista del professor Francesco Pira

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Oggi, sul blog, un’intervista alla quale tengo molto e per la quale ringrazio il prof. Francesco Pira sociologo, docente di comunicazione e giornalismo presso l’Universtità degli studi di Messina e docente di comunicazione pubblica e d’impresa presso Iusve Università salesiana di Venezia e Verona.

Un’occasione di confronto interessante su temi attuali come la comunicazione, la società moderna e le relazioni. La propongo per darvi alcuni spunti di riflessione che, poi, ognuno potrà sviluppare in riferimento alle proprie attitudini personali e professionali.

Professor Pira iniziamo dalla comunicazione o meglio dal modo in cui oggi le persone comunicano. Non sono più solo comunicazione verbale e scritta ma, in realtà, sono queste nelle loro evoluzioni. Come sono cambiati i contesti sociali, personali e professionali nei quali, ora, ci ritroviamo a comunicare dal suo punto di vista?

Siamo in una nuova era della comunicazione e dobbiamo prenderne atto. Ormai tutto è orizzontale. Lo spazio e i tempi della comunicazione sono cambiati. Così come i linguaggi. Molto difficile rispondere a una domanda così complessa in poche battute ma occorre dire che il web e i social hanno cambiato tutto. Possiamo costruire relazioni fino a qualche tempo fa impensabili, essere in più posti contemporaneamente, creare reti fittissime oppure possiamo insultare, diffamare, esagerare. Rappresentare il nostro sé in un continuo vetrinismo identitario. Pubblicare quello che agli altri piace di noi ma non siamo.

In questo scenario si collocano anche contenuti e informazioni. Siamo letteralmente bombardati da un flusso informativo continuo che non possiamo seguire con attenzione. Quali i punti essenziali su cui ci si dovrebbe, secondo lei, focalizzare nella produzione dei contenuti?

Tutto è in divenire. C’è un numero così alto di notizie quotidiane che è difficile parlare di contenuti. Ognuno di noi si crea dei canali preferenziali, in entrata e in uscita, e utilizza quelli per condividere e partecipare. Queste sono le due parole d’ordine. Chi produce contenuti deve fare i conti con motori di ricerca e social. Un ottimo contenuto può rimanere anonimo così come una bufala registrare un consenso incredibile. Chi scrive contenuti, oggi,  affronta una nuova sfida che necessita di una grande preparazione e di una capacità indiscussa di vivere il web.

 Il primo amore non si scorda mai.  Per me è il giornalismo e le redazioni nelle quali ho iniziato a comprendere cosa volevo fare da grande. Oggi quel mondo si è sviluppato e il modo di fare notizia è diverso. Cosa, a suo avviso, è cambiato in meglio oppure in peggio?

Non c’è un meglio o un peggio. Ci sono, piuttosto, tanti giornalismi e tanti giornali on line. Ci sono la carta stampata in crisi e la tv che si deve reinventare dopo l’arrivo del digitale e il consolidamento del satellite ma, anche, la sfida del web. C’è la radio che rimane un approdo sicuro che ha saputo vivere il cambiamento utilizzando la rete come diffusore. Tutto è cambiato. La mia sensazione è che andremo sempre più verso un giornalismo in cui conteranno i like che riceveremo sui social più che quello che è scritto bene o male. E ancora un buon giornalismo a pagamento e un altro gratis. Tutto nella velocità e negli spazi dettati dal web e dai social.

Le notizie si possono ritrovare ovunque. Non è più, appunto, solo la carta stampata ad averne il primato. C’è un tema che vorrei approfondire insieme a lei ed è quello delle fonti. Quanto, ancora, oggi sono importanti le fonti e come possono essere utilizzate in modo ottimale?

Su questo potremmo discutere giorni. Oggi le fonti primarie sono diventate i social network. Tutti si esprimo su Facebook, Twitter, Youtube. Instagram sta dettando nuove regole nel giornalismo: l’immagine che si impone sulla notizia diventa, a sua volta, notizia stessa con la parola che fa da contorno ed è didascalia. Ci sono l’invasione dei video e il giornalismo partecipativo che spinge dal basso. È cambiato davvero tutto e di conseguenza anche la stessa professione del giornalista.

Perché, secondo lei, le persone si fidano di Google, Wikipedia e altri strumenti di ricerca senza mai prendere in considerazione l’eventualità di un errore? Quale il messaggio che si vuole lanciare?

La risposta più immediata a cui penso è per pigrizia. Sono porti in cui si entra e si esce facilmente. Tutto si trova velocemente e senza sforzi. Selezionare i contenuti è più difficile. C’è chi si è attrezzato per distinguere il vero dal falso e chi si accontenta di quello che trova.

Cosa ne pensa della mancanza di spirito critico che, in molti casi, ci rende ciechi alla lettura di una notizia. Le chiedo questo in riferimento al fenomeno delle così definite “bufale” che poi, di contro, in molti casi hanno una sviluppo virale.

Molte di queste notizie condivise e commentate, spesso, non vengono nemmeno lette. Basta spararla grossa e si viaggia a una velocità incredibile sulla rete. Come giustamente ha detto il sociologo Derrick de Kerckhove non basta il puntino rosso sulle bufale che ha voluto negli USA il patron di Facebook. Ci vuole altro e devono ancora studiarlo.

 Si è più volte parlato di abbassamento della qualità della comunicazione. Nella maggior parte dei casi si imputa questo giudizio all’arrivo dei social network. Io penso che non sia lo strumento il problema ma, realmente, chi ne fa uso e in che modo. Quale la sua opinione in merito?

Condivido totalmente. I mezzi rimangono mezzi. Siamo posseduti dai social mentre dovremmo avere l’abilità di usarli e possederli. La comunicazione è diventata tantissima. In generale è cambiata in meglio. Ci sono più professionisti. Ma l’aumento della quantità non agevola l’aumento della qualità. Non è direttamente proporzionale. I social sono la novità. Hanno dato parola a moltissimi. C’è un’evoluzione in atto che trasformerà ancora la comunicazione nell’arco di pochi anni.

Un riferimento alle nuove generazioni che sono, a tutti gli effetti, generazioni digitali ma che, verifico, hanno bisogno di una forte educazione in materia. Dal punto di vista sociologico come vede la situazione dal suo osservatorio privilegiato essendo docente universitario a contatto con gli studenti?

Io parlo tantissimo con i miei studenti ma loro sono già in un’età in cui il pericolo è scampato. Diverso è per i pre-adolescenti e gli adolescenti i quali tendono a non stare sui social per vivere le opportunità ma per rischiare le insidie quotidianamente. Purtroppo i genitori ne sanno meno di loro e quindi c’è una perdita di autorevolezza. Il paradosso è che i born mobile, che hanno sostituito i digitali nativi, ne sanno più di chi li ha messi al mondo e dovrebbe educarli. C’è una sola strada: scuole sulla nuova genitorialità.

Come sarà il futuro delle relazioni a suo avviso? Riusciremo ancora a parlare con l’altro oppure l’aspetto umano ed emotivo verrà sempre più sostituito dalla tecnologia e dalla sua distanza?

Parliamo per raggiungere la pancia delle persone e non il cuore o l’anima. Più emotivismo e meno emozioni. Questo è il dramma. Tutto liquido. Ma io sono ottimista. Stiamo ancora prendendo le misure. Forse presto capiremo che gli strumenti tecnologici sono mezzi e come tali dobbiamo usarli. Gli esseri umani sono sempre più connessi ma hanno poche relazioni. Bisogna invertire la tendenza. Possono avere relazioni anche attraverso i social e meno di persona. Ma relazioni non connessioni.

Vi invito a seguire il prof. Francesco Pira nelle varie occasioni di studio e attraverso le sue pubblicazioni che sono sempre stimolanti e portano a riflettere sull’attualità di un mondo, quello della comunicazione, che fa parte dell’essere umano e della sua evoluzione.

E voi che ne pensate?

Quale sarà il panorama futuro?

Ci sarà ancora spazio per essere persone al centro oppure no?

 

 

 

 

 

 

 

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