Fuori dai luoghi comuni. Raccontare il territorio con lo storytelling

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“Finché le gazzelle non sapranno raccontare le loro storie, i leoni saranno sempre i protagonisti delle storie di caccia.”

Proverbio africano

Mi sono spesso interrogata su quale sia, in estrema sintesi, ciò che rende lo storytelling una tecnica tanto potente ed efficace, sia per trasmetterlo a chi frequenta i miei corsi, sia per tenerlo presente, come un faro luminoso, nei momenti più difficili della progettazione strategica. Sono giunta alla conclusione che sia ciò che chiamiamo “immedesimazione” che vuol dire, poi, che quello che ci raccontano, in qualche modo, ci deve riguardare e quindi, anche in mezzo al rumore di fondo, ci fermiamo ad ascoltarlo.

Mica poco in questi tempi di sovraffollamento informativo e carenza di tempo!

Quando qualche tempo fa mi è stato chiesto di fare un intervento per un consorzio vinicolo della provincia veronese su storytelling e turismo, mi è sembrato giusto partire proprio da questo concetto e domandarmi, prima di tutto, se ciò che ci viene comunicato – e solo qualche volta raccontato – di un territorio, può creare immedesimazione. Se penso al territorio in cui vivo, cioè a Verona e provincia, la risposta purtroppo è quasi sempre negativa. Il racconto che si fa delle bellezze artistiche e naturalistiche della città e delle valli circostanti è per lo più autoreferenziato perché chi lo scrive esprime ciò che lui pensa sia attrattivo e non ciò che realmente lo è, sia nei contenuti che nelle modalità. Forse bisognerebbe fare lo sforzo di mettersi ad ascoltare ciò che l’utente – il turista in questo caso – veramente pensa e dice.

Solo se so cosa interessa al mio pubblico posso creare una narrazione in cui egli si può immedesimare, perché effettivamente lo riguarda. E non è detto che la narrazione che gli interessa sia quella sull’opera lirica o su Romeo e Giulietta. Ascoltare, a volte, dà risultati sorprendenti!

Ma quali sono le narrazioni che appartengono davvero al territorio, che costituiscono il suo “capitale narrativo”  che possiamo poi sincronizzare sui momenti di vita dei visitatori? Ho individuate quattro tipologie.

Le storie delle persone

Come racconterebbero il territorio le persone che ci abitano e lo vivono tutti i giorni? È questo il presupposto da cui è partita Canada Tourism Commission per il progetto Canada shared by Canadians chiedendo ai Canadesi di condividere “il loro Canada” ricevendo ben 65 ore di riprese condensate in un video (https://youtu.be/cotGh4Lu29M). Un turbine di paesaggi mozzafiato, wildlife e sport estremi ma, anche, di piccoli momenti quotidiani come quello di mangiare una maxiaragosta o di farsi leccare il finestrino della macchina da un alce. Come resistere?

Le storie piccole

Ogni luogo ha una storia da raccontare che, magari, non è la storia “grande” dei libri e dei monumenti ma quella piccola dei singoli luoghi nei quali il visitatore può ritrovare uno specchio della propria quotidianità. Una storia che si offre a chi ha voglia di ascoltare con attenzione, al di là dei percorsi consolidati e che, soprattutto in un paese come l’Italia, offre infiniti spunti narrativi se solo si ha voglia di uscire dai “luoghi comuni”. Ne è un esempio il bel progetto nostrano della Strada del Riso Vercellese di Qualità (http://www.stradadelrisovercellese.it) che ha dato vita a un vero e proprio ecosistema narrativo online in cui alla parte web e video si accosta, in maniera innovativa e transmediale, anche quella audio con un canale dedicato ai suoni della strada del riso. (https://soundcloud.com/strarivc).

Le storie che non vediamo più

Come diceva Marcel Proust per viaggiare non serve cercare nuove terre ma avere nuovi occhi. E servono davvero nuovi occhi per vedere quello che l’abitudine non ci fa più percepire, ovvero il fascino che anche le cose più semplici, legate al nostro territorio, esercitano su chi viene da un altro luogo. Lo vediamo bene nel video del fotografo Oliver Astrologo dedicato a quello che lui chiama “The italian touch” (https://vimeo.com/101913998). Improvvisamente attraverso il suo sguardo il paesaggio italiano ci sembra magico, interessante e nuovo.

Le storie dentro cui possiamo entrare

Nel 2013 il giovane fotografo russo Murad Osman comincia a pubblicare su Instagram una serie di immagini che ritraggono lui e la fidanzata in posti bellissimi (https://www.instagram.com/muradosmann). Tutte le immagini sono identiche nell’impostazione.  Rappresentano la ragazza con la schiena rivolta all’obbiettivo mentre tiene saldamente la mano del fidanzato-fotografo guidandolo alla scoperta dei più bei luoghi del mondo. In breve l’hashtag #followme, che accompagna le immagini, diviene virale e ancora oggi non si contano gli emuli di Osman. Come spiegare questo successo se non per il fatto che l’immagine ci fa “entrare” nel paesaggio rappresentato invece che tenercene fuori come spesso fanno le foto patinate dei depliant turistici?

Un passo ulteriore in questo senso è quello dell’italianissimo sito La valle dei segni (http://www.valledeisegni.it) promosso dall’Ente del Turismo della Valle Camonica, in cui si invita il visitatore a entrare a far parte della storia millenaria della valle creando il proprio segno sulla scorta di quelli antichissimi lasciati dagli uomini primitivi. Un modo per inserire concretamente la propria storia in quella dei luoghi, contribuendo a scriverne il seguito.

Modalità diverse quindi ma, tutte, accomunate dall’ attenzione per il punto di vista di chi visita i luoghi non per quello di chi li deve comunicare. Solo così possiamo progettare una narrazione interessante ed efficace, basata sull’autenticità e sulla sintonia con il nostro pubblico, come lo storytelling serio richiede.

Questo post è stato scritto da Gaia Passamonti dell’agenzia di comunicazione Pensiero Visibile una bella realtà gestita insieme ai colleghi Alessandro Scardino e Anna Tagliapietra. Gaia è così. Porta cultura nel digitale. Una cultura a 360 gradi nella convinzione che umanesimo lento e velocità social possano unirsi in un connubio perfetto. Funziona che davanti a una tazza di thè un pomeriggio ci siamo ritrovate a “dissertare” di libri, idee e punti di vista che, abbiamo scoperto, erano molto più vicini di quello che si poteva credere. Abbiamo scoperto che amiamo il nostro lavoro pur avendo bisogno, a volte, del silenzio per ritrovarci. Ho capito che io per mettere freno alle tante cose da fare e fissare le idee riempio le pareti di casa di fogli, tabelle e biglietti colorati mentre lei con un sorriso ferma tutto, riflette, ti prende per mano et voilà il viaggio inizia. E quindi, ancora una volta, sono contenta di fare spazio a una professionista/amica che sa rendere lo storytelling speciale e mai banale.

 

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